SEMINARIO DI VASTI – MAGGIO 2003

Giuseppe Barbaglio

La libertà secondo il vangelo

La ristrettezza del tempo non mi permette di presentare una carrellata completa sul tema della libertà attestato negli scritti delle origini cristiane. Fermerò la mia attenzione su due passi di Paolo, l’autore che più di tutti gli autori dei libri neotestamentari, ha approfondito questo versante dell’esperienza cristiana. Ma non voglio leggerlo come meteora improvvisamente apparsa nel cielo del pensiero umano sulla libertà e improvvisamente scomparsa, il che non è vero. Perché Paolo, che parlava come seconda lingua il greco, nato in una metropoli culturale del tempo, Tarso, l’apostolo che ha inteso ‘vendere’ un prodotto palestinese sul grande mercato greco, è stato certamente affascinato dalla libertà (eleutheria), valore apprezzato quanto nessun altro nel mondo dominato allora dalla cultura ellenistica. Eleutheria era allora in verità una parola magica, più magica di qualsiasi altra. Appare dunque utile confrontarlo con i grandi pensatori greci che hanno parlato in maniera profonda della libertà, ma anche con la viva tradizione politica delle ‘città’ (poleis), segnate dalla democrazia e dal culto della libertà politica.

1. Nel mondo greco

1.1. Anzitutto in grande onore era tenuta la libertà politica, cioè caratterizzante la vita della polis greca. Non per nulla questa era definita “comunione e partecipazione di persone libere” (koinônia tôn eleutherôn). L’uomo libero, che equivaleva al cittadino (politês), era definito come colui che ha potere su se stesso e nessun altro lo può dominare, né può disporne; al contrario lo schiavo è colui che dipende da un altro, non da se stesso. In una parola, la libertà era intesa come autokrateia: disporre di se stesso. E Sofocle afferma con forza che l’uomo libero può dichiarare: theos emos archôn, thnêtos d’oudeis (Dio è il mio signore, ma nessun mortale è mio padrone).

Autokrateia (tenere nelle proprie mani la propria vita) è la libertà politica, ma nel contesto della comunità cittadina, dunque nella sottomissione alle leggi della città (hoi nomoi tês poleôs). In una parola, c’è perfetta corrispondenza tra libertà politica e eunomia, cioè legalità, obbedienza alle leggi che regolano il comune vivere dei cittadini. Per questo il rifiuto delle leggi della città porta ineluttabilmente alla tirannide, perché il tiranno si sostituisce ai nomoi. Così un autore greco rimprovera i Siracusani che avevano accettato Dionigi come “tiranno” della città: ognuno faceva quello che voleva e rifiutava di servire alle leggi (douleuein tois nomois); questa la radice delle tirannidi.

Un’altra caratteristica e anzi diritto del cittadino libero era la parrêsia, la libertà di parola, il poter dire tutto. Nelle assemblee della polis (ekklesiai) i cittadini esprimevano liberamente il loro pensiero e votavano di conseguenza scelte e decisioni comuni. Imbavagliare la bocca dei cittadini era proprio dei tiranni e voleva dire la morte della democrazia e della libertà.

Grande ideale greco, però con un manifesto e grave limite: la libertà era limitata ai cittadini, quelli che godevano di tutti i diritti della cittadinanza. Ma nelle poleis greche questi non erano tutti gli abitanti; anzi potevano essere anche solo una minoranza. Gli altri, non solo gli schiavi, ma anche le minoranze etniche che costituivano la massa dei paroichoi o peregrini in latino, cioè quanti godevano solo di pochi diritti civici, non erano pienamente liberi: di sicuro mancavano del diritto di partecipare alle assemblee cittadine di decidere i problemi della città, cioè della parrêsia.

In una parola, democratica la città greca, ma solo per i suoi politai.

1.2. Il mondo greco però, oltre alla libertà politica, esaltava la libertà esistenziale, aperta a tutti gli uomini, persino agli schiavi, e non riservata ai privilegiati. Soprattutto era propugnata dallo stoicismo e dal cinismo, dottrina questa fondata da Diogene il Cinico nel iv sec. Libertà del soggetto, direi addirittura dell’individuo: l’uomo non è più definito in rapporto alla polis, bensì per se stesso, per quello che ciascuno è.

Ora i maestri di filosofia insegnavano, non solo a parole ma anche con l’esempio, in modo particolare i cinici, anzitutto una libertà da, non tanto indipendenza dagli altri, da un padrone, bensì libertà da se stessi, dalle ‘passioni’ (pathê): tutto ciò che nell’uomo lo condiziona e lo rende dipendente, dunque non libero, in senso letterale da tutto ciò che la persona ‘patisce’ nel suo io. Libertà dalla paura, dall’angoscia, dall’auri sacra fames, dai bisogni, dai desideri, dalla cupidigia di avere e possedere. Con davanti l’ideale della ataraxia, dell’imperturbabilità della persona. Per questo il ritratto esteriore del cinico era segnato dalla bisaccia (che conteneva poche cose da mangiare), dal bastone, per difendersi da malintenzionati, e dal mantello per ripararvisi di notte. E’ stato detto a buon diritto che i cinici erano degli hippies in un mondo di juppies, come li ha definiti D. Crossan. Ed Epitteto, nel I sec. d.C., dopo di aver dato la sua definizione paradigmatica di libertà, può confessare in prima persona: “«É libero colui che vive come vuole, che non può essere né costretto, né impedito, né violentato, le cui scelte sono libere, realizzati i desideri, non messe in scacco le avversioni» (4,1,1); «Invece colui che può essere costretto o ostacolato, o contro volontà gettato in qualche difficoltà è uno schiavo» (4,1,128); «Guardami; sono senza casa (aoikos), senza città (apolis), senza proprietà (aktêmôn), senza schiavi (adoulos). Dormo sul nudo terreno. Non ho né moglie né figli, né palazzo governatoriale, ma solo terra e cielo e un ruvido mantello. E che cosa mi manca? Non sono libero da dolore e paura? Non sono libero? Quando mai qualcuno di voi mi ha visto frustrato nei miei desideri o accadermi qualcosa che volevo evitare?» (3,22,47-48).

Libertà da, ma anche libertà per: vivere per la virtù, tradurre in pratica gli ideali dell’aretê: diremmo che si tratta di una libertà dal forte accento etico, oltre che segnata da un ideale di provocante ascetismo. Sempre Epitteto dichiara che la libertà porta il nome della virtù (to tês aretês onoma). E Filone, filosofo ebreo di Alessandria d’Egitto, contemporaneo di Gesù di Nazaret, che ha inteso nella sua riflessione filosofica coniugare la filosofia greca con il pensiero ebraico e la fede ebraica, ha scritto un libro dal titolo significativo così tradotto in latino: Quod omnis probus liber sit: è libero chiunque vive una vita da uomo virtuoso. In questo modo l’uomo veramente libero appare il sapiente, di una saggezza della vita (ho sophos). Libertà, virtù, sapienza sono grandezze che si corrispondono.

Non è tutto, perché la virtù degli stoici e dei cinici, la quale specifica la libertà esistenziale, richiede una definizione: il loro ideale greco era conformarsi alla natura: il bene era vivere “secondo natura” (kata physin) e il male era andare “contro natura” (para physin).

2. In due passi di Paolo

Potrei riassumere in una parola il confronto che Paolo ha con il mondo greco in materia: ridefinizione: fa sua la categoria di libertà, non tanto quella politica bensì la libertà esistenziale, ma con una comprensione nuova, controcorrente.

2.1. Anzitutto mi richiamo al cap. 9 della prima lettera ai Corinzi. Nella chiesa greca di sua fondazione alcuni credenti non avevano nessun scrupolo a partecipare a banchetti sacri tenuti nell’area dei templi pagani in cui si consumavano carni offerte alle divinità. Lo si faceva in occasione o di feste pubbliche o anche, e soprattutto, per celebrare il compleanno di un figlio, la nascita di una figlia, il matrimonio di un parente, ecc. Essi si sentivano liberi nella loro coscienza: se esiste un unico Dio, dicevano a se stessi ancor prima che agli altri, le divinità pagane sono vere e proprie nullità; dunque le carni che si consumano in banchetti dentro l’area dei templi e in strettissimo rapporto con i sacrifici sono semplici carni e la loro consumazione non significa alcun atto idolatrico. Di parere contrario erano altri cristiani che non avevano questa libertà interiore e, magari volendo emulare quelli, anch’essi vi partecipavano ma poi si sentivano rimordere la coscienza e finivano per ricadere nell’idolatria. Dunque una libertà interiore ostentata all’esterno senza tenere conto della reazione degli altri, una libertà irresponsabile, contro la quale Paolo fa valere nel cap. 8 l’esempio di Cristo: lui per amore del fratello dalla coscienza debole ha fatto getto della sua vita, mentre questi cristiani illuminati, “i forti” sono chiamati altrove da Paolo, finivano per far cadere i fratelli deboli nell’idolatria e quindi li ponevano sulla strada della perdizione eterna.

Paolo allora intende presentare anche il proprio esempio di apostolo che può far valere il suo buon diritto di essere mantenuto da coloro ai quali annuncia il vangelo: “Non sono forse io libero?”. Ma, dopo averlo dimostrato anche in base a insegnamenti di Gesù: L’operaio ha diritto alla mercede, lo afferma per dire che non ha inteso affatto avvalersene: rinuncia ad esigerlo, a tradurlo in pratica. E questo per la causa del vangelo, cioè per non porre intoppi alla sua accettazione; anche il solo sospetto che l’annunciatore vi tragga beneficio può trattenere degli uditori dall’aderirvi. In breve, un comportamento a favore del vangelo e insieme di utilità per i suoi ascoltatori.

E poco dopo allarga questa sua libertà di uomo dedito totalmente alla causa del vangelo: egli quando vive con gli ebrei ne condivide il tenore di vita, soprattutto la loro ‘dieta’ alimentare; quando si trova con i gentili si comporta alla loro condotta: mangia di tutto. Altrettanto vale rispetto ai deboli e ai forti della comunità. Ecco la sua testimonianza: “E mi sono fatto per i giudei come un giudeo, per poter guadagnare i giudei; per i sottomessi alla legge come uno soggetto alla legge, io che non sono sotto la legge, per poter guadagnare i soggetti alla legge; per i senza-legge come un senza-legge, io che non sono un fuori-legge rispetto alla legge di Dio, ma uno dentro la legge di Cristo, per poter guadagnare i senza-legge. Mi sono fatto per i deboli un debole, per poter guadagnare i deboli. Insomma mi sono fatto tutto a tutti, per poter salvare a ogni costo qualcuno”.

Un atteggiamento da opportunista? No, perché c’è un punto fermo nella sua condotta: presentare il vangelo nel migliore dei modi, perché possa essere accolto con favore. La sua libertà è piena disponibilità agli altri, accoglienza della loro individualità culturale, servizio del vangelo. “E tutto faccio per amore del vangelo, affinché ne possa diventare compartecipe”.

Ed è in proposito che egli ridefinisce il concetto di libertà in modo controcorrente e paradossale: “Infatti libero da tutti, per tutti mi sono fatto schiavo, per poter guadagnarne parecchi”. Prima affermazione: lui è libero da tutti; nessuno domina su di lui. Come si vede, è la libertà di segno greco quella a cui si riferisce, libertà come autokrateia. E’ lui che dispone di sé, non altri. Seconda affermazione: ma Paolo dispone di sé mettendosi a pieno servizio di tutti. E’ una sua scelta; per questo è libertà, ma una libertà per, una libertà donazione agli altri. La parola è forte: schiavitù, e significa totale dedizione alla causa del vangelo e totale dedizione agli altri.

2.2. Il secondo passo che voglio analizzare è 5,13 della lettera ai Galati, dove nella prima parte il verbo è all’indicativo: serve ad esprimere un fatto, qualcosa cosa che è dato: “Fratelli, siete stati chiamati efficacemente alla libertà”. E’ così indicato l’evento di grazia di cui i credenti della Galazia sono stati beneficiari. Di fatto Paolo riprende quanto ha affermato poco prima al v. 1: “Cristo ci ha liberato perché potessimo vivere nella libertà”. E’ chiara la sottolineatura della qualifica di dono divino, dono di grazia, della libertà esistenziale di cui i credenti godono.

Certo, una libertà ricevuta, che però responsabilizza i beneficiari. Ecco dunque l’imperativo che segue logicamente: “Soltanto che questa libertà non si tramuti in un pretesto per vivere nella ‘carne’”, cioè secondo la dinamica dell’egocentrismo. E positivamente: “Ma fatevi schiavi gli uni gli altri per amore”. La libertà è schiavitù!

Ma al di là della paradossalità dell’espressione si noti come Paolo la qualifica. Anzitutto è autoschiavitù: non una schiavitù imposta da altri, bensì scelta per sé. Non solo: è schiavitù reciproca, e qui Paolo vede la persona in un contesto comunitario, di vita insieme con i fratelli. Una vita comune all’insegna di rapporti sotto la legge della reciprocità, per cui i ruoli sono interscambiabili. L’apostolo non vuole dire che alcuni sono schiavi e gli altri signori, bensì che il pieno servizio accomuna tutti indistintamente: vivere con piena disponibilità gli uni per gli altri. Non per nulla poco più avanti, in 6,2, esorterà i galati a farsi carico gli uni dei pesi degli altri; e come motivazione di questo appello afferma che così essi realizzeranno appieno “la legge di Cristo”. Terza qualifica della libertà/ schiavitù: è autoschiavitù reciproca scelta “per amore”: scelta in forza del dinamismo agapico che spinge la persona all’estroflessione, a relazionarsi agli altri tesi alla comune “costruzione”. Paolo vede la chiesa come edificio che cresce e s’innalza per l’azione convergente di tutti.

In breve, la libertà-per di Paolo vale in un contesto di relazioni impegnative. La persona non è un’isola, un microcosmo in sé chiuso, senza porte né finestre, ma persona interrelata ad altre, interrelata all’insegna di questa radicale libertà-per.

Giuseppe Barbaglio

Roma, maggio 2003

Vasti, seminario Maggio 2003